per la sinistra in movimento

sxm

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 05 maggio 2008

piazza1-full;effect_grayscale,100;brt_64Pubblichiamo (con il titolo originale) l'articolo scritto da Tiziano Loreti per LIberazione e lì pubblicato il 3 Maggio scorso.
CON QUELLA FACCIA UN PO’ COSI’………………..
 
La lettura data della discussione in corso dentro il nostro partito ed all’interno del CPN, a partire dal risultato elettorale, ci sembra che sia strumentale e caricaturale (e questa volta, purtroppo, non solo dai media meanstream).
Pare che da un lato ci sia chi è portatore dei valori di Genova e dell’innovazione politica e culturale di Rifondazione (i sostenitori del documento presentato dal compagno Giordano ed altr*) e dall’altro i nostalgici, gli identitari a vario titolo, i difensori della nicchia.
Per questo vorrei esprimere alcuni pensieri, proprio a partire dalla mia e nostra esperienza a Genova 2001.
Quei giorni terribili ed entusiasmanti ci raccontano che forzare le zone rosse significasse, sul terreno del simbolico (che mai come in queste ultime elezioni abbiamo visto come determini comportamenti assolutamente concreti), rompere con l’idea di un mondo in cui gli ultimi in basso a sinistra non avevano parola.
Come scrissi, sempre su Liberazione, in un’altra occasione ed in tempi non sospetti: “Si tratta per noi di rovesciare quindi l’approccio, di riprendere a tessere nella società, nella città di sotto degli invisibili, i fili del rifiuto e del pensiero e delle pratiche alternative. Cioè dare occasioni altre, rendere percepibile la possibilità di un’alternativa. Mettendosi in gioco, mettendoci senza remore la propria faccia (politica) senza pensare alle compatibilità di governo” ed ancora “andare a Genova, boicottare i Cpt, battersi contro il G8, tentare di impedire la pratica di una legalità “illegale ed ingiusta” o battersi contro la riduzione dei diritti del lavoro e contro la precarietà nei territori, viene vanificata dalla politica di governo che ci fa accettare la negoziazione continua su alcuni valori fondamentali” ed infine sostenevo che il nostro più grave errore era stato far pensare che “l’unica possibilità di trasformazione della realtà esistente è delegata ai luoghi di formazione delle norme” ed allorail nostro unico orizzonte di riferimento diventano i governi nazionali e locali”.
Si tratta oggi di ripartire da lì, da Genova e dalla non-violenza, non usata come clava per dividere i buoni dai cattivi, per negare il diritto alla resistenza (sempre pacifica e non violenta) o riducendola alla mera accettazione delle regole della “democrazia” come è ora configurata, ma come ricerca ed innovazione delle modalità di costruzione di forme del conflitto che contengano in se riproducibilità, consenso, efficacia, comunicazione, rottura dei vincoli formali esistenti.
Si tratta di ripartire da una critica del potere che non diventi il governo come unico ed ultimo orizzonte a cui ricondurre il nostro agire, ma come capacità di costruire modalità altre e diverse di stare nelle istituzioni, come capacità di costruire altri luoghi e spazi pubblici in cui fare società, costruire l’alternativa di società rompendo il principio della delega e aiutando i soggetti più deboli ad auto-organizzarsi rendendo il potere “inutile”.
Si tratta di ripartire dal nostro radicamento nei territori, considerandoli i luoghi in cui tutto avviene prima che il governo “centrale” lo formalizzi. Una presenza che deve partire dalla materialità delle tante lotte di comunità nelle quali si determina il nuovo terreno di scontro tra destra e sinistra, vivendo il conflitto tra “alto e “basso” come possibilità, come ricchezza e non come rischio. Le pratiche di conflitto che le sorelle ed i fratelli di Action utilizzano nel loro essere presenti nei territori sono elemento sostanziale di quella presenza, altrimenti si rischia di tornare ad una modalità, quella si antica ed irripetibile, più simile alle parrocchie ed alle sezioni di partito “di un tempo che fu mai più tornerà”. 
Ed, infine, si tratta di ripartire da una pratica reale della critica alla forma partito attuale basata davvero sulla democrazia e sulla partecipazione dal basso, sulla volontà reale di costruire spazi pubblici di confronto e discussione nei movimenti e, prima di tutto per “dare il buon esempio”, dentro il partito, praticare davvero il rovesciamento della piramide tanto spesso invocato, ma sempre rimandato per cause di forza maggiore.
Sapendo che nei movimenti come nel partito questo sia un percorso difficile, che comprende al proprio interno il rischio della critica ed anche dell’insulto e del rifiuto, ma che è inevitabile se si vuole davvero impedire la divaricazione tra sfera della politica e sfera dell’agire sociale.
Quei luoghi pubblici di scambio, confronto e contaminazione con altri soggetti, culture ed esperienze – collettive e singole – che prefigurava l’intuizione della Sinistra Europea, una SE costruita sulla condivisione con altr* di percorsi e pratiche nelle iniziative di movimento. Una SE abbandonata troppo presto per fare spazio ad un’aggregazione, ben più sgangherata, che aveva in larga parte, l’obiettivo di una “sinistra di governo”.
Ecco questi sono i nodi che ci si ripresentano davanti tutti interi e che hanno attraversato anche il risultato elettorale.
La cesura di questi temi, la scelta di operare continue forzature dall’alto, senza affrontarli con serietà e con amore, compiuta da una grande parte del gruppo dirigente nazionale in questi ultimi due/tre anni è la maggiore responsabilità che gli si doveva addebitare e lo si è fatto nell’ultimo CPN. Ma al contempo tutto ciò chiama in causa – in un coraggioso e sappiamo possibile colpo di reni collettivo - tutt* le/i nostr* iscritt* per porre in atto le cure necessarie a guarire (o anche solo lenire) le nostre ferite.
Come potete capire in questi ragionamenti c’è molto poco di identitario o di sguardo rivolto al passato.
Non c’è nostalgia, ma la necessità di andare avanti nella costruzione di una sinistra in movimento perché come diceva il Che “bisogna sapersi indurire senza perdere la propria tenerezza”.
Se invece il congresso venisse impostato secondo la falsa dicotomia tra “innovatori” e “restauratori”, avremmo già perso tutt* e quando intendo tutt* parlo soprattutto di quel popolo che, anche se non ci ha questa volta votato, guarda ancora verso di noi e verso la sinistra come possibilità di una trasformazione radicale dell’esistente.
 
Tiziano Loreti.
Segretario provinciale PRC/SE di Bologna
 
 
 
 
 
 
postato da: mig29 alle ore 09:37 | link | commenti
categorie:

Commenti